La regola del fuorigioco tra storia e tecnologia

08 aprile 2022

È una delle regole più antiche del calcio, e grazie al Var è quasi impossibile sbagliare

La prima definizione della regola del fuorigioco, offside in inglese, è datata 1859, e recitava così: “Quando un giocatore ha calciato il pallone, ogni giocatore della sua squadra che si trovi più vicino di lui alla porta avversaria è fuorigioco e non può né toccare la palla né impedire agli avversari di toccarla fino a quando uno di essi non lo abbia fatto: nessun giocatore è in fuorigioco se la palla viene calciata da un punto posto dietro la linea di porta”. A questa prima formulazione seguirono varie modifiche, ma quella che più di tutte ha influenzato la storia del calcio è quella del 1926, con la quale si passò dal fuorigioco a 3 a quello a 2 giocatori: una variazione che sancì di fatto la nascita del fuorigioco moderno.

Il regolamento del calcio stabilisce che un giocatore è in posizione di fuorigioco quando si trova nella metà campo avversaria e al momento del passaggio è più avanti rispetto al penultimo avversario. Il fuorigioco poi può essere attivo o passivo, a seconda che il giocatore partecipi o meno attivamente all’azione. In caso di fuorigioco attivo l’arbitro ferma il gioco e assegna una punizione per gli avversari, mentre in caso di fuorigioco passivo l’azione prosegue regolarmente.

Prima del Var il fuorigioco era una delle situazioni che causava più errori arbitrali, e di conseguenza più polemiche. Oggi grazie alla tecnologia è molto più difficile sbagliare. In caso di posizione dubbia i guardalinee lasciano giocare fino al termine dell’azione, per dare la possibilità al Var di intervenire in caso di errore. E proprio il fuorigioco è l’unica situazione dove la tecnologia prevale sull’arbitro, perché la decisione finale su un gol in sospetto offside spetta al Var, e non al direttore di gara.