L’anacronismo della comunicazione professionale

L’anacronismo della comunicazione professionale
30/05/2022 | A cura di Amelia Di Carlo | gestione-studio| comunicazione
Mentre il mondo corre e la comunicazione aziendale sperimenta nuove forme di comunicazione, azzarda, osa, percorre nuovi canali. I professionisti, e in particolare gli avvocati, si trovano ancora a dover fare i conti con delle regole deontologiche assolutamente fuori dal tempo e di certo non appropriate all’anno 2022.

In un’epoca in cui la competizione tra studi professionali si fa sempre più ferrata, a causa anche dell’alto numero di professionisti, la comunicazione, che potrebbe essere uno strumento utile a fare la differenza all’interno di questo enorme mercato, arranca ancora, ed è costretta ad arenarsi, imbrigliata da regole del codice deontologico che non consentono una comunicazione “libera”.

I paradossi della comunicazione degli studi professionali

Capita, infatti, che sempre più spesso siano proprio i clienti, le aziende, a tirare la volata della comunicazione, agli studi professionali, introducendo nei propri testi dei comunicati stampa gli studi e i team di professionisti, che hanno contribuito alla realizzazione dell’operazione. Ma non è allo stesso tempo consentito a quegli stessi avvocati, di rilanciare tramite i propri canali social, la medesima comunicazione sottolineandone la propria partecipazione. Ormai e nella maggior parte dei casi questa è diventata prassi comune, e consuetudine quotidiana, ma non tutti gli ordini e consigli dell’ordine apprezzano tale consuetudine, redarguendo in alcuni casi i professionisti che utilizzano tale strumento. Strumento che se sdoganato e reso libero, potrebbe e fa la differenza nella scelta di un advisor piuttosto che di un altro.

Comunicare per fare curriculum

Descrivere, raccontare le varie operazioni/assistenze che uno studio, o un singolo professionista ha portato a termine, è utile per due motivi principali. Il primo è quello di consentire ad un possibile nuovo cliente di visionare esperienze pregresse e indirizzare la propria scelta magari su uno studio che in passato si è già occupato di operazioni/consulenze simili a quella che si andrà ad effettuare e per la quale si sta selezionando un nuovo advisor.

O ancora, lato media relation, per esempio, comunicare le operazioni consente anche alle redazioni e ai giornalisti di identificare, in maniera più rapida ed efficace, i professionisti esperti in un determinato settore anche grazie ad esperienze pregresse sul campo e non soltanto tramite la targhetta affissa  sulla porta che può essere più o meno veritiera della concreta esperienza, e indirizzare, quindi,  la scelta del proprio interlocutore, per esempio per un’intervista, o un approfondimento su un tema di attualità su un professionista piuttosto che su un altro.

Regole da riscrivere nella comunicazione dei professionisti legali

Ma ad oggi, purtroppo, ancora l’articolo 35 del codice deontologico forense sul dovere di corretta informazione recita “Nelle informazioni al pubblico l’avvocato non deve indicare il nominativo dei propri clienti o parti assistite, ancorché questi vi consentano”.

A dire il vero pochi sono ormai gli avvocati che osservano in maniera rigida tale restrizione deontologica; e d’altra parte è comprensibile. Andrebbe dunque forse avanzata un’analisi sull’articolo 35 riscrivendolo con una maggiore adesione alla realtà e ai tempi che stiamo vivendo?

O si preferisce continuare a nascondere la testa sotto la sabbia e colpire sporadicamente alcuni studi, cercando di utilizzarli come monito anche per gli altri?

Io ritengo che anche gli avvocati, così come altri professionisti, debbano avere gli strumenti per “farsi strada” ed emergere in un mercato sempre più affollato e con una stringente competizione: la comunicazione è senza ombra di dubbio uno di quegli strumenti ed è giusto che sia resa “libera” rispettando sempre, ovviamente il decoro e il rigore che tale professione richiede.

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