Portale delle vendite pubbliche: a quando la riforma delle modalità di deposito delle offerte telematiche?

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Portale delle vendite pubbliche: a quando la riforma delle modalità di deposito delle offerte telematiche?
07/06/2021 | a cura di Avv. Giuseppe Vitrani | pct| gestione-studio

Il decreto del Ministero della Giustizia n. 32 del 26/02/2015 detta le regole tecniche e operative per lo svolgimento della vendita dei beni mobili e immobili con modalità telematiche nei casi previsti dal codice di procedura civile, ai sensi dell'art. 161-ter delle disposizioni per l'attuazione del codice di procedura civile; il provvedimento normativo è completato dalle specifiche tecniche pubblicate nel mese di luglio 2017.

Non è certamente questa la sede per una disamina puntuale del compendio sopra citato ma è invece opportuno focalizzarsi su di un aspetto che rende evidente l’esigenza di un intervento riformatore che elimini vere e proprie antinomie che affliggono in particolar modo le modalità di presentazione delle offerte (e che talvolta rischiano anche di indurre in errore gli offerenti).

Il riferimento è in particolare alla cosiddetta “casella di posta elettronica certificata per la vendita telematica”, che l’art. 2 dm 32 del 2015 definisce come “la casella di posta elettronica certificata richiesta dalla persona fisica o giuridica che intende formulare l'offerta, le cui credenziali di accesso sono rilasciate, previa identificazione del richiedente, a norma dell'articolo 13”.

Secondo la previsione dell’art. 12 delle medesime regole tecniche, tale casella costituirebbe il mezzo privilegiato per l’invio dell’offerta di partecipazione alla vendita telematica, tant’è che l’utilizzo della stessa, testualmente, “sostituisce la firma elettronica avanzata dell'offerta, sempre che l'invio sia avvenuto richiedendo la ricevuta completa di avvenuta consegna”.

Al netto del riferimento alla firma elettronica avanzata che non è ben comprensibile, è evidente l’intenzione del legislatore: l’offerta criptata trasmessa attraverso tale particolare tipologia di casella PEC non dovrebbe comportare la richiesta di altre firme o sigilli dal momento che l’identificazione del mittente sarebbe strettamente collegata alla titolarità della casella di posta.

In pratica, una volta compilato il modulo di offerta presente sul portale delle vendite pubbliche, al partecipante in possesso di tale particolare casella, sarebbe sufficiente cliccare il pulsante “conferma offerta e procedi” senza dover apporre alcuna firma digitale. si avvierebbe così il processo che porterebbe alla criptazione dell’offerta e al successivo inoltro.

L’istituto in questione non è certamente un unicum nel panorama normativo italiano ma ha invece radici nel disposto (ora abrogato) dell’art. 65 del codice dell’amministrazione digitale che prevedeva la possibilità di trasmettere istanze alla pubblica amministrazione mediante casella di posta elettronica certificata le cui credenziali di accesso fossero state rilasciate previa identificazione del titolare, anche per via telematica.

La PEC e il portale delle vendite pubbliche

Tale particolare casella PEC, meglio nota come PEC-ID, non ha mai trovato attuazione nel contesto digitale italiano, tant’è che non sono mai state definite le regole tecniche attuative e da ultimo, ne è stata sancita la totale abrogazione, avendo il legislatore deciso di intraprendere strade diverse come quella di qualificare determinate categorie di caselle PEC come domicili digitali.

Allo stato attuale, pertanto, si può affermare senza tema di smentita che la casella di posta elettronica certifica definita dall’art. 2 lettera n) del dm 32/2015 non potrà mai trovare implementazione e non potrà pertanto essere utilizzata per la presentazione di offerte. Anzi, laddove venisse per errore abilitata la scelta della “conferma” dell’offerta senza passare per la firma digitale della stessa, si genererebbe un atto che sarebbe scartato dal gestore della procedura o comunque una domanda di partecipazione che verrebbe giudicata inammissibile dal professionista delegato alla procedura di vendita.

Sarebbe pertanto opportuna una revisione delle regole tecniche che eliminasse tale istituto ormai superato e, come detto, fuorviante.

Oltretutto occorre considerare che, come detto, il legislatore ha compiuto notevoli passi in avanti e, abbandonata l’idea della PEC-ID, ha sposato la strada della semplificazione ritenendo ammissibile, nel contesto dell’art. 65 CAD riformulato, la presentazione di istanze o dichiarazioni trasmesse da un domicilio digitale iscritto in uno degli elenchi di cui all'articolo 6-bis (ovvero l’INI-PEC); e si noti, tale forma di presentazione viene considerata come alternativa alla firma digitale.

Alla luce del mutato contesto normativo si potrebbe pertanto ipotizzare un intervento riformatore in grado di sfruttare l’infrastruttura tecnica esistente; sarebbe infatti sufficiente riformulare gli art. 2 e 13 del dm 32 del 2015 in modo da renderli compatibili con la norma appena citata; in tal modo per professionisti e imprese i cui domicili digitali siano censiti all’interno dell’INI-PEC si aprirebbe la strada alla presentazione di offerte telematiche prive di firma digitale ma pur sempre inviate da un domicilio digitale loro attribuito in maniera univoca.

Naturalmente, in tal caso i dati dell’offerente dovrebbero coincidere con quelli del titolare della casella PEC utilizzata per la trasmissione dell’offerta; ferma però tale semplice prescrizione sarebbe possibile seguire la strada della semplificazione intrapresa dal codice dell’amministrazione digitale con una revisione piuttosto semplice delle regole tecniche in analisi.

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