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Il processo civile al tempo dell’emergenza sanitaria

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Il processo civile al tempo dell’emergenza sanitaria
21/04/2020 | a cura di Avv. Giuseppe Vitrani | pct

A seguito dell’adozione dei provvedimenti finalizzati a contrastare l’emergenza sanitaria che interessa il nostro Paese, il processo civile ha cambiato (temporaneamente) volto.

Con l’emanazione del decreto legge 8 marzo 2020, n. 11, prima, e del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, dopo, lo scenario è mutato sensibilmente; attualmente l’art. 83, comma 11, del decreto legge ultimo citato prevede infatti che “dal 9 marzo 2020 al 30 giugno 2020, negli uffici che hanno la disponibilità del servizio di deposito telematico anche gli atti e documenti di cui all’articolo 16-bis, comma 1-bis, del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, sono depositati esclusivamente con le modalità previste dal comma 1 del medesimo articolo”. È noto che l’art. 1-bis del comma 16 bis d.l. 179 del 2012 contempla proprio tutta la categoria di atti e documenti soggetti al regime di deposito facoltativo, che dunque non sarà più possibile effettuare sino alla data indicata dal legislatore (30 giugno 2020).

La norma, dettata evidentemente al fine di assicurare il raggiungimento degli obiettivi di distanziamento sociale considerati dal legislatore una valida risposta per contrastare la pandemia, introduce pertanto un regime non solo di digital first ma di digital only nel rito processuale. Tale regime è però solo apparente e purtroppo la normativa di emergenza non può raggiungere in pieno gli obiettivi che si pone. Ad oggi, infatti il processo civile telematico non consente la produzione per via telematica di nessun formato audio o video, neppure se aperto o non proprietario, e di nessun formato collegato alla generazione di documenti nell’ambito della diagnostica clinica (soprattutto di quella per immagini – generalmente DICOM o HL7). Anche in questo periodo di esclusività della trattazione digitale, pertanto, laddove una parte avesse necessità di produrre in causa un documento avente formato “non consentito” dovrebbe comunque recarsi in cancelleria per depositare un cd-rom (o altro supporto). Questo è a tutta evidenza un punto critico che contrasta con la finalità, sopra già vista, di assicurare il cosiddetto “distanziamento sociale”, indicato dal mondo sanitario come strumento di maggior efficacia per rallentare la diffusione del COVID-19.

Sempre in tale ottica (utilizzo del digitale al fine di assicurare il distanziamento sociale), l’art. 2, comma 2, lett. f) del d.l. 8 marzo 2020, n. 11 e l’art. 7, lett. f) e h), d.l. 17 marzo 2020, n. 83, hanno previsto due differenti modi di celebrazione delle udienze, ovvero:

  • lo svolgimento delle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori e dalle parti mediante collegamenti da remoto individuati e regolati con provvedimento del Direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia (lett. f),
  • lo svolgimento delle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti mediante lo scambio e il deposito in telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni, e la successiva adozione fuori udienza del provvedimento del giudice (lett. h).

Per quanto concerne le udienze da remoto, a garanzia dei diritti delle parti, si è altresì previsto che lo svolgimento dell’udienza debba in ogni caso avvenire con modalità idonee a salvaguardare il contraddittorio e l’effettiva partecipazione delle parti. A tal fin è dunque fondamentale che prima dell’udienza il giudice faccia comunicare ai procuratori delle parti ed al pubblico ministero, se è prevista la sua partecipazione, giorno, ora e modalità di collegamento. All’udienza il giudice darà poi atto a verbale delle modalità con cui accerta l’identità dei soggetti partecipanti.

Con provvedimenti del 10 e del 20 marzo 2020 il Direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia ha comunicato che gli strumenti utilizzabili a fini di cui sopra sono “Skype for Business” e “Microsoft Teams”; è evidente che l’urgenza del momento non ha consentito indagini particolari o l’indicazione di caratteristiche cui potessero conformarsi una pluralità di soluzioni e ha costretto l’infrastruttura ministeriale ad indicare piattaforme già da tempo in uso al Ministero.

Va però apprezzato il principio, con l’auspicio che di tali piattaforme si faccia effettivo uso e se ne possa testare l’utilità; superata la fase emergenziale sarà possibile certamente pensare ad una più ampia gamma di soluzioni, anche open source. Peraltro, già in questa fase occorre affrontare i problemi contingenti posti dalle previsioni normative, prima tra tutte la necessaria esigenza di comunicazione agli avvocati della data e ora dell’udienza in videoconferenza.

Come noto, infatti, nel processo civile telematico le comunicazioni di cancelleria avvengono tramite PEC; detto strumento non sarà però utilizzabile per inviare agli avvocati l’avviso di fissazione della videoconferenza posto che gli strumenti indicati dal Ministero si basano sulla comunicazione a mezzo posta elettronica ordinaria. Per ovviare a ciò la soluzione è stata rinvenuta nella predisposizione per tempo della riunione (rectius, l’udienza) via Skype o Teams, l’estrazione del link della stanza virtuale cui le parti dovranno accedere e l’inserimento dello stesso all’interno di un provvedimento di fissazione dell’udienza che viene quindi comunicato alle parti a mezzo PEC.

In tal modo si assicura certamente il pieno contraddittorio delle parti e certamente si può celebrare un’udienza in maniera del tutto regolare; è però evidente (e la cosa è stata chiara sin da subito anche per il legislatore) che siffatta modalità non può sostituire in tutto e per tutto la classica udienza in presenza: i tempi di predisposizione e celebrazione sono più lunghi ed è necessaria una connessione dati sempre stabile. Proprio per tale ragione si è prevista un’alternativa, ovvero un’udienza soggetta a trattazione essenzialmente “cartolare” in cui gli scritti depositati dalle parti sostituiscono la loro presenza fisica.

Si tratta di una modalità assai semplificata che ben può essere adottata per udienze a contenuto pressoché standardizzato, come ad esempio quelle di precisazione delle conclusioni, nelle quali oltretutto non vi sono rischi di lesione del contraddittorio (stante che le parti non possono introdurre domande nuove e se lo facessero sarebbero soggette al rilievo di inammissibilità da parte del giudice o alla contestazione della controparte in sede di difese conclusive).

Il legislatore ha così delineato due differenti strumenti che dovranno essere calibrati ed utilizzati nella fase emergenziale (quantomeno fino al 30 giugno 2020), dovendo trovare regolamentazione nei provvedimenti organizzativi dell’attività giudiziaria che dovranno essere assunti dai capi degli uffici giudiziari.

Lo sforzo normativo appare invero apprezzabile per due ordini di motivi: innanzitutto per l’idea sottostante di consentire comunque la celebrazione dei processi rispettando le esigenze di distanziamento sociale; in secondo luogo perché questa fase potrà essere utilizzata come test per verificare se queste modalità alternative di celebrazione dell’udienza possano essere utili anche in futuro in modo da costituire una alternativa alla classica udienza in presenza.

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