Le minacce informatiche per Commercialisti e Consulenti del Lavoro: la situazione in Italia

Secondo il rapporto Clusit 2025, lo scorso anno in Italia si è registrato un aumento del 169% degli attacchi informatici. Un dato allarmante che evidenzia una tendenza chiara: le piccole realtà, incluse le attività professionali, stanno diventando un bersaglio sempre più frequente dei cybercriminali
Il motivo è semplice: Studi professionali, Avvocati, Commercialisti e Consulenti del Lavoro spesso non dispongono di adeguate misure di sicurezza. Rispetto alle grandi aziende, infatti, è meno probabile che abbiano reparti IT strutturati o che investano in strategie di protezione avanzate. Ma non solo, i Professionisti sono particolarmente esposti anche a causa della gestione di dati riservati, tra cui informazioni finanziarie, progetti e proprietà intellettuale dei loro clienti. Queste vulnerabilità li rendono facili bersagli degli hacker, che puntano proprio su obiettivi del genere per massimizzare il successo dei loro attacchi.
La prima forma di difesa, quindi, è la consapevolezza: esistono molteplici tipologie di attacchi, ma spesso le più efficaci sono quelle che sfruttano l’inganno e la scarsa conoscenza delle minacce. Tecniche come il phishing – e-mail apparentemente legittime che spingono il destinatario a rivelare dati sensibili – o il social engineering – che manipola psicologicamente le vittime per ottenere accesso ai sistemi – sono tra le più diffuse. Basta un clic su un link malevolo o l’inserimento di credenziali in un sito fraudolento per compromettere la sicurezza di un intero Studio professionale. È proprio questo il motivo per cui conoscere queste minacce rappresenta il primo, vero passo per evitarle.
Per iniziare ad avere maggiore consapevolezza è bene conoscere nel dettaglio quali sono le forme di attacco più frequenti – come abbiamo accennato poco sopra. Sempre secondo il Rapporto Clusit 2025 abbiamo:
- phishing – che sfrutta l’ingenuità degli utenti per sottrarre dati sensibili – nel 31% dei casi analizzati;
- social engineering – tecnica di manipolazione psicologica utilizzata per ingannare le persone e indurle a rivelare informazioni riservate, compiere azioni non autorizzate o facilitare accessi a sistemi informatici;
- malware – tra cui virus e trojan capaci di compromettere interi sistemi – nel 24% dei casi;
- attacchi alle web application – che evidenziano l’importanza di proteggere le piattaforme digitali utilizzate per il business – nel 13% dei casi;
- ransomware e comportamenti scorretti – sottolineano la necessità di rafforzare la formazione interna per prevenire errori fatali – nel 10% dei casi.
Nei prossimi paragrafi analizzeremo nel dettaglio le principali strategie utilizzate dai cybercriminali, al fine di aiutare i Professionisti a riconoscerle subito e a proteggere efficacemente i propri dati e quelli dei loro clienti.
Phishing e social engineering
Se, come è facile immaginare, gli attacchi informatici includono una vasta gamma di tecniche e strategie, talvolta così insidiose da richiedere l’adozione di importanti sistemi di sicurezza, in realtà le prime minacce che i Professionisti dovrebbero essere in grado di riconoscere ed evitare sono quelle che fanno leva sul mero errore umano.
Tra queste, le più diffuse che colpiscono gli Studi professionali sono il phishing e il social engineering. Il phishing è una truffa informatica che avviene principalmente tramite e-mail ingannevoli, progettate per sembrare provenienti da fonti affidabili, come banche, enti governativi o fornitori di servizi. Queste e-mail contengono spesso link fraudolenti che conducono a siti web falsi – la maggior parte delle volte molto simili all’originale – dove la vittima è invitata a inserire credenziali di accesso, dati bancari o altre informazioni riservate.
Dati e informazioni che, com’è facile immaginare, finiscono poi nelle mani sbagliate. Facciamo un esempio: un Commercialista riceve un’e-mail apparentemente inviata dall’Agenzia delle Entrate che lo invita a cliccare su un link, che lo porta su una pagina che sembra, in tutto e per tutto, quella del sito ufficiale dell’ente pubblico. Effettua il login e finisce per fornire dati riservati importanti, che arriveranno dritti nelle mani degli hacker. La maggior parte delle volte, questi attacchi vanno a buon fine per una semplice disattenzione da parte della vittima: spesso, infatti, le e-mail fraudolente presentano una grammatica scorretta e i link, per quanto simili all’originale, riportano delle minime differenze che potrebbero essere individuate semplicemente prestando maggiore attenzione a ogni singolo carattere. In più, bisognerebbe sempre ricordare che nessun ente legittimo fa richiesta di dati personali via mail, per cui il solo invito a condividerli dovrebbe attivare un campanello d’allarme.
Il social engineering si basa su un principio simile: la manipolazione psicologica. Tramite quest’ultima, i cybercriminali convincono le persone a rivelare informazioni riservate o a concedere accesso ai propri sistemi.
Un esempio comune è l’attacco telefonico, in cui un hacker si spaccia per un tecnico IT e convince la vittima a fornire le credenziali di accesso a un sistema aziendale. Altri metodi includono messaggi SMS fraudolenti (smishing) o chiamate in cui il malintenzionato finge di essere un cliente o un fornitore.
Parliamo di tecniche non particolarmente complesse, che fanno leva principalmente su emozioni di allarme, panico e agitazione che possono facilmente spingere le persone a compiere azioni istintive. Conoscere questo tipo di minaccia, quindi, può aiutare ad analizzare la situazione con maggiore consapevolezza e razionalità laddove si presenti. Proprio per questo motivo è fondamentale informarsi in prima persona e formare i propri collaboratori affinché tutti siano in grado di riconoscere i segnali di allarme, come e-mail con richieste insolite o link sospetti, e adottare buone pratiche di sicurezza, per esempio verificare sempre la fonte di una richiesta prima di rispondere e condividere informazioni.
Ransomware e malware
Le tecniche di phishing descritte nel paragrafo precedente non servono solo a rubare credenziali o dati sensibili; spesso, infatti, rappresentano il primo passo per diffondere all’interno dei dispositivi e dei sistemi dello Studio software dannosi, noti come malware. I malware possono avere funzioni diverse, dalla semplice raccolta di informazioni fino al completo blocco dei dati. Tra questi, i ransomware sono tra i più diffusi, nonché tra i più temibili.
Un ransomware è un tipo di malware che cripta i file presenti su un dispositivo o un’intera rete e li rende inaccessibili fino al pagamento di un riscatto. I cybercriminali dietro questi attacchi sfruttano tecniche sofisticate per infettare i sistemi e richiedono somme di denaro, spesso in criptovalute, per fornire la chiave di decrittazione. Si tratta, dunque, di un tipo di attacco particolarmente redditizio per i criminali, in quanto le vittime, pur di riavere accesso ai propri dati, sono spesso disposte a pagare cifre elevate nel minor tempo possibile.
Ma come ci si può esporre a un ransomware? Questo tipo di malware si diffonde attraverso diversi vettori di infezione, tra cui:
Phishing che, come abbiamo avuto modo di vedere, consiste nell’invio di e-mail ingannevoli con allegati o link malevoli che, una volta aperti, scaricano il malware;
Download da siti compromessi, dal momento che il ransomware può essere nascosto in software o documenti scaricati da fonti non affidabili;
Software pirata, cioè programmi attivati illegalmente (spesso per ridurre i costi) che possono contenere malware nascosti;
Chiavette USB infette, ovvero dispositivi USB lasciati incustoditi o consegnati da sconosciuti che possono contenere malware che si attivano automaticamente quando vengono collegati a un computer.
In caso di attacco, seppure la tentazione di pagare il riscatto richiesto dai cybercriminali sia comprensibile, in realtà questa non è mai la soluzione consigliata: non c’è, infatti, alcuna garanzia che i dati vengano effettivamente decriptati e, in molti casi, il pagamento non fa che incentivare ulteriori attacchi.
La soluzione migliore è affidarsi a specialisti di sicurezza informatica che possono valutare il danno e tentare un recupero senza cedere alle richieste degli hacker. Sebbene esistano metodi fai-da-te per la decrittazione, questi sono spesso complessi e non sempre efficaci, per cui la strada migliore è rivolgersi a figure specializzate.
L ’alternativa? Ancora una volta, la prevenzione è la strategia più sicura sia contro questo tipo di minaccia, sia per evitare di dover spendere ingenti somme per il ripristino della situazione.
Data breach e perdita di dati sensibili
Un data breach (in italiano, violazione dei dati) si verifica quando informazioni sensibili – come dati finanziari, anagrafiche di clienti, documenti riservati o credenziali di accesso – vengono sottratte, esposte o utilizzate senza autorizzazione. È importante distinguere questo concetto dal data leak (perdita di dati): nel data breach i dati vengono intenzionalmente rubati o compromessi da un attore malevolo, mentre nel data leak le informazioni risultano accessibili o diffuse involontariamente, spesso a causa di configurazioni errate o scarsa protezione. Un data breach può avvenire in diversi modi: per un errore umano (ad esempio, l’invio accidentale di documenti a destinatari sbagliati), per un attacco hacker o a causa di falle nei sistemi di sicurezza. Il data breach è tra le minacce più pericolose per i Professionisti, perché compromette informazioni riservate e può causare danni economici e reputazionali difficilmente recuperabili. Secondo il Rapporto Clusit 2025, gli Studi professionali figurano nelle prime dieci tipologie di vittime dal 2020 al 2024, anche perché spesso non dispongono di sistemi di difesa avanzati, né di personale che si occupa nello specifico di Cybersecurity.
Le conseguenze di un data breach possono essere molto rilevanti. Da un punto di vista finanziario, le realtà colpite devono spesso affrontare costi legali, sanzioni e perdite economiche dirette. Bisogna considerare, poi, il tempo necessario per ripristinare l’operatività, con tutte le interruzioni di servizio del caso che impattano la produttività. Tra gli aspetti più critici, però, c’è soprattutto la perdita di fiducia da parte di clienti e partner, con conseguenze a lungo termine sull’attività. Anche in questo contesto, dunque, adottare misure di sicurezza preventive è essenziale per proteggere i dati e garantire la continuità del proprio lavoro. Prevenire un data breach significa implementare strategie efficaci di protezione, come l’adozione di protocolli di sicurezza avanzati, l’uso di password robuste, il monitoraggio continuo delle reti e la formazione del personale. Tutte azioni, queste, che permettono di tutelare la propria attività e mantenere la fiducia dei propri clienti.
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